Si parla ormai da molto tempo di crisi, in Italia, come in Europa e in tanta altra parte del mondo, ma la domanda che dovremmo porci, forse anche per riconoscere la deriva lungo la quale stiamo pericolosamente scivolando, ma soprattutto per riuscire a capire come ci siamo arrivati, dovrebbe essere: quali sono gli indicatori o più modestamente i segnali, gli indizi, attraverso i quali avremmo dovuto acquistare la consapevolezza del nostro declino?
Prima di arrivarci vorrei sottoporre a chi mi legge alcune considerazioni. Com’è possibile che i prodotti italiani siano completamente spariti dai mercati europei? A dire il vero molti ci sono ma non sono più italiani. I francesi ci hanno praticamente colonizzato. In questa colonia, però, non si parla francese non perché i conquistatori abbiano mancato l’obiettivo di diffondere il loro idioma ma solo grazie alla spiccata avversione dei nostri connazionali per le lingue straniere.
I francesi ci vendono energia elettrica senza la quale saremmo al buio, sono nei nostri trasporti aerei e ferroviari, hanno comprato la maggior parte delle più redditizie piccole e medie imprese (un tempo fiore all’occhiello dell’Italia che produceva), le industrie alimentari e le lattiero casearie. Negli anni ’70 fecero in modo che la Comunità Europea incentivasse, con l’erogazione di danaro facile, la dismissione dei terreni agricoli. E gli italiani ne approfittarono a tutto spiano soffocando una tra le più naturali risorse del nostro paese per i soliti 30 denari.
Successivamente hanno dilagato in tutto il nostro territorio con una quantità di mega mercati che non ha pari in tutto il mondo e sugli scaffali di questi enormi centri di distribuzione, naturalmente, solo prodotti che vengono dalla Francia. Hanno fatto di tutto per portarci via totalmente la Parmalat (impresa che malgrado la vergognosa proprietà, sul mercato, faceva venire il mal di pancia alla Lactalis) ma sono riusciti comunque ad acquisirne il controllo. Naturalmente non manca loro la possibilità di “influenzare” il nostro potere politico e la stampa compiacente, ed ecco che quando la Coop, per esempio, guadagna qualche posizione sul mercato della distribuzione alimentare, buttandola in politica, immancabilmente il giorno successivo è attaccato il governo reo di essersi lasciato andare a facili concessioni ai partiti di sinistra.
L’elenco non finisce qui. Banche, assicurazioni, autovetture, abbigliamento e griffe d’alta moda, profumerie, gioiellerie, servizi vari eccetera. Ormai è tutto nelle loro mani.
E pensare che fin quasi alla metà degli anni ’70 erano gli italiani i migliori produttori europei In tutti i comparti, dal tessile abbigliamento all’elettronica, dalle macchine all’acciaio, dalle imprese alimentari all’energia. Cancellata la produzione agricola, dalla metà degli anni ’80 in poi ecco il colpo mortale alla piccola industria manifatturiera italiana messo in atto da banche e sistema finanziario. Un esempio per tutti: il piccolo imprenditore manifatturiero che ha il suo danaro impegnato tra capitale sociale ed investimenti va in banca a chiedere i mezzi che gli consentiranno di acquistare le materie che venderà dopo averle trasformate. Nulla, i soldi gli saranno negati.
Scoraggiato, per non fallire, vende l’impresa, dopo avere licenziato mano d’opera specializzata di primissima qualità e mai più replicabile. E così, giorno per giorno, si spengono una per una tante piccole luci del firmamento produttivo italiano. Qualche coraggioso che non ci sta proverà ad andare all’estero ma sparirà anche lui.
E’ ancora il caso di chiedersi cosa sia successo, come si sia arrivati al declino del nostro Paese?
Questa premessa non è un attacco nazionalista alla Francia, è solo una parziale radiografia dello stato delle cose nel quadro delle attività economiche Italiane nei rapporti con l’estero che vorrei ci inducesse, per un attimo, a qualche riflessione, mentre, per quello che mi riguarda, mi induce alla formulazione di almeno un paio di domande che stimolano almeno altrettante considerazioni che vorrei condividere con chi mi legge.
La prima: mi chiedo, cosa c’e nella mente di chi guida una nazione che, anziché promuovere cooperazione e sviluppo con gli stati partner dell’Unione Europea ottimizzando le risorse comuni come la ricerca e le capacità manifatturiere di ciascuno, cannibalizza il vicino, il proprio socio in affari (col quali condivide la stessa moneta e lo scopo sociale) portandolo sull’orlo della crisi economica invece di sommare le ricchezze di ciascuno? Ma l’Euro non sarebbe più forte se ogni Stato che lo adotta avesse la capacità di mantenerlo in salute nutrendolo coi frutti della propria attività produttiva? Che visione economica globale e lungimirante possiede un capo di uno stato membro di una comunità economica che, anziché lavorare in squadra coi propri partner, promuovendo sinergie, sembra ossessionato dalla smania di ottenere solo posizioni di preminenza sugli altri?
Il secondo quesito: in questi giorni in Italia si parla solo di riforma del mercato del lavoro, ma di quale lavoro stiamo parlano?! Flessibilità, incertezza del posto fisso, riqualificazione, apprendistato, ecc. Tutte regole di un gioco che non si sa quale sarà. Un’Italia ormai seduta, che non ricerca, che non innova, che non ha più suoi prodotti sui mercati europei e mondiali, tranne poche apprezzabili eccezioni, che lavoro farà? Qual è il nuovo Progetto Italia? Perché preoccuparsi prima di modificare le disposizioni che regolano il rapporto di lavoro in modo drastico se non sappiamo di che lavoro si tratta?
Un’industria manifatturiera che produce e vende, solitamente assume e non licenzia facilmente, perché non ci tiene a perdere un collaboratore esperto da cui derivano i risultati qualitativi che la qualificano. Invece, un’Italia fatta di rappresentanti di commercio che vendono solo prodotti di altri paesi ha bisogno di flessibilità. Un popolo di anonimi impiegati di call centers , di venditori di telefonini, di dispensatori di abbonamenti televisivi, di assicuratori, venditori immobiliari e di tutti quei mestieri dove si propone solo se stessi ha certamente bisogno di grande flessibilità e mobilità.
Ma se questa seconda ipotesi è l’Italia che taluni hanno in mente parlino pure, tanto discutono di un paese che ha concluso il suo ciclo di vita in modo inglorioso. E in questo caso, detto tra noi, non è utile chiedere troppi sacrifici ai cittadini perché ce lo chiedono Francia e Germania. Questi ultimi, legittimamente, cercano di proteggere i loro mercati e i loro consumatori, assicurandosi che gli italiani abbiano di che pagare giornalmente i loro conti. Monti l’ha capito e nel chiederci di raddrizzare la schiena ci invita a riflettere che occorre agire nella direzione che ci appare più giusta, anche se talvolta sembra coincidere con le richieste europee che non debbono risultare niente di diverso da puri e semplici suggerimenti da valutare con attenzione e spirito critico.
In un tale contesto il mio rispetto e la mia considerazione vanno a quei pochi che ancora fabbricano qualcosa con le proprie mani esperte, (ormai più che il Ministero delle Attività Produttive, di loro si dovrebbe occupare il Ministero dei Beni Culturali). Grazie ai quanti impegnati nelle attività di ricerca, sottopagati e non compresi. Grazie ancora a quanti ostinatamente chinano la schiena sulla terra per ricavarne sostentamento e forse perché hanno capito che solo davanti ad essa vale la pena piegarla.