martedì 28 febbraio 2012

Il caso FIAT

Nel quadro generale dell’occupazione del mercato europeo, i tedeschi riservano alle auto uno degli obiettivi principali ed assoluti. Essendo istintivamente e culturalmente “orientati al prodotto” tendono sempre a costruire una vettura che sopravviva al suo consumatore, convinti che questo sia l’unico “plus” al quale valga la pena ispirarsi. Di certo sanno che in un prossimo futuro, quando a spartirsi il mercato mondiale ci saranno al massimo cinque costruttori, la voce Europa sarà rappresentata dalla Germania (ovviamente con stabilimenti disseminati dappertutto). Ma chi saranno gli altri quattro “competitors”?
I francesi? Ho i miei dubbi. Da sempre abituati ad approfittare della guardia bassa di ogni loro contendente, hanno solitamente interpretato l’oggetto vettura in modo assolutamente utilitaristico – tranne rarissime eccezioni che non fanno storia – nel rispetto del loro spirito nazionale. Ossia l’auto come strumento che serve a portare a casa i prodotti della campagna, possibilmente con famiglia a bordo. E non credo che questo li ponga in posizione privilegiata rispetto ad altri contendenti. Infine, con la pretesa di voler sempre fare da soli, quasi temessero di “ contaminare” le proprie prerogative, si sono sempre posti in posizione conflittuale con la produzione italiana – invece di cercare sinergie – rinunciando alle eventuali possibilità di una sana e comune espansione, chiudendo il loro mercato e immiserendo l’immagine del nostro prodotto nazionale.
A mio avviso, ripeto, non sarà mai tra i cinque attori della scena che rappresenterà il futuro dell’auto. Dovrà invece lasciare il passo a indiani, cinesi e giapponesi.
E l’Italia? Il nostro Paese merita un discorso a parte. Diciamoci la verità; gli italiani – non tutti per fortuna – non hanno mai amato la Fiat riuscendo, con successo, a non nascondere questo loro sentimento. Com’è sempre stato detto, con una felice battuta, hanno sempre trattato l’auto nazionale come la moglie e quella straniera come l’amante, con le conseguenze che ne derivavano e soprattutto con buona pace e gioia dei produttori esteri che contribuivano ad alimentare questo clima. Hanno sempre rimproverato alla casa torinese aiuti ed incentivi – che peraltro sono stati elargiti a tutte le marche - nonché l’eccessivo ricorso alla cassa integrazione, dimenticando che la Fiat rappresentava un consistente pezzo di storia dell’industria nazionale. 
Per mille ragioni, che potrebbero essere descritte in un altro affascinante capitolo, il sogno americano è sempre stato una costante assoluta nel pensiero degli Agnelli. Già prima di morire “l’Avvocato” aveva cominciato a muovere i primi decisi passi verso quel mercato che per lui costituiva quasi una sua seconda patria, ma l’America per lui rappresentava più una sorta di scelta “culturale” prima ancora che economica e per questo non fu mai efficacemente perseguita.
La Fiat di Marchionne invece sembra muoversi in una direzione diametralmente opposta. Marchionne ha deciso di andare in America non per una scelta che potremmo definire “culturale” alla maniera di Agnelli ma per fare quadrare i conti della casa torinese salvandola dal fallimento oltre che per aprirsi ai mercati internazionali anche se nell’operare le scelte che ne sono derivate, spesso si è mostrato molto più “americano” che “italiano” sposando posizioni talvolta impopolari o eccessivamente rigide che in talune circostanze lo hanno qualificato come una sorta di “corpo estraneo” agli interessi nazionali. In altre parole la Fiat si è mossa verso gli Stati Uniti sottraendosi così alla ormai certa ed invereconda cancellazione del suo marchio dal panorama dei produttori di auto nel mercato mondiale e assicurando al tempo stesso agli americani il partner forse tecnologicamente consolidato fra i produttori europei.
Dov’è la stonatura in tutto questo legittimo e condivisibile progetto? Quando si è rivolto all’America Marchionne ha dimostrato di avere i contatti utili ed i requisiti idonei ad interfacciare i soci americani coi quali ha felicemente concluso le trattative con reciproco vantaggio ma è nel rapporto con l’Italia che ha rivelato un’intransigenza che nella migliore delle ipotesi definirei infelice. Come “americano” non si è nemmeno posto il problema di far comprendere e, forse, far condividere ai propri connazionali un progetto del quale questi ultimi avrebbero magari voluto sentirsi sostenitori e corresponsabili.
Forse la proprietà non gli ha dato margini di negoziazione significativi, preoccupandosi soltanto di non perdere di vista la redditività e i bilanci, ma all’interno di essi Marchionne forse avrebbe potuto trovare gli stimoli per arricchire, ad esempio, progetti di riconversione, di riqualificazione e di riposizionamento del patrimonio produttivo nazionale Fiat. Il più delle volte, invece, ha preferito la soluzione conflittuale, la scelta di mostrare i muscoli più che di “parlare” al sentimento nazionale, rischiando di non tenere in alcun conto un quadro politico in definitiva trasformazione. Il rischio è che gli italiani non considerino più la Fiat la propria moglie e quanto all’amante se la vadano a scegliere altrove.

domenica 12 febbraio 2012

Chi è causa del suo mal...

Si  parla ormai  da molto tempo di crisi, in Italia, come in Europa e in tanta altra parte del mondo, ma la domanda che dovremmo porci, forse anche per riconoscere la deriva lungo la quale stiamo pericolosamente scivolando, ma soprattutto per riuscire a capire come ci siamo arrivati, dovrebbe essere:  quali sono gli indicatori  o più modestamente i segnali, gli indizi, attraverso i quali avremmo dovuto acquistare la consapevolezza del nostro declino? 
Prima di arrivarci vorrei sottoporre a chi mi  legge alcune considerazioni. Com’è possibile che i prodotti italiani siano completamente spariti dai mercati europei? A dire il vero molti ci sono ma non sono più italiani. I francesi ci hanno praticamente colonizzato. In questa colonia, però, non si parla francese non perché i conquistatori abbiano mancato l’obiettivo di diffondere il loro idioma ma solo grazie alla spiccata avversione dei nostri connazionali per le lingue straniere.
I francesi ci vendono energia elettrica senza la quale saremmo al buio, sono nei nostri trasporti aerei e ferroviari, hanno comprato la maggior parte delle più redditizie piccole e medie imprese (un tempo fiore all’occhiello dell’Italia che produceva), le industrie alimentari e le lattiero casearie. Negli anni ’70 fecero in modo che la Comunità Europea incentivasse, con l’erogazione di danaro facile, la dismissione dei terreni agricoli. E gli italiani ne approfittarono a tutto spiano soffocando una tra le più naturali risorse del nostro paese per i soliti 30 denari.
Successivamente hanno dilagato in tutto il nostro territorio con una quantità di mega mercati che non ha pari in tutto il mondo e sugli scaffali di questi enormi centri di distribuzione, naturalmente, solo prodotti che vengono dalla Francia. Hanno fatto di tutto per portarci via totalmente la Parmalat (impresa che malgrado la vergognosa proprietà, sul mercato, faceva venire il mal di pancia alla Lactalis) ma sono riusciti comunque ad acquisirne il controllo. Naturalmente non manca loro la possibilità di “influenzare” il nostro potere politico e la stampa compiacente, ed ecco che quando la Coop, per esempio, guadagna qualche posizione sul mercato della distribuzione alimentare, buttandola in politica, immancabilmente il giorno successivo è attaccato il governo reo di essersi lasciato andare a facili concessioni ai partiti di sinistra.
L’elenco non finisce qui. Banche, assicurazioni, autovetture, abbigliamento e griffe d’alta moda, profumerie,  gioiellerie, servizi vari eccetera. Ormai è tutto nelle loro mani.
E pensare che fin quasi alla metà degli anni ’70 erano gli italiani  i migliori produttori europei In tutti i comparti, dal tessile abbigliamento all’elettronica, dalle macchine all’acciaio, dalle imprese alimentari all’energia. Cancellata la produzione agricola, dalla metà degli anni ’80 in poi ecco il colpo mortale alla piccola industria manifatturiera italiana messo in atto da banche e  sistema finanziario. Un esempio per tutti: il piccolo imprenditore manifatturiero che ha il suo danaro impegnato tra capitale sociale ed investimenti va in banca a chiedere i mezzi che gli consentiranno di acquistare le materie che venderà dopo averle trasformate. Nulla, i soldi gli saranno negati.
Scoraggiato, per non fallire, vende l’impresa, dopo avere licenziato mano d’opera specializzata di primissima qualità e mai più replicabile. E così, giorno per giorno, si spengono una per una tante piccole luci del firmamento produttivo italiano. Qualche coraggioso che non ci sta proverà ad andare all’estero ma sparirà anche lui.
E’ ancora il caso di chiedersi cosa sia successo, come si  sia arrivati al declino del nostro Paese?
Questa premessa non è un attacco nazionalista alla Francia, è solo una parziale radiografia dello stato delle cose nel quadro delle attività economiche Italiane nei rapporti con l’estero che vorrei ci inducesse, per un attimo, a qualche riflessione, mentre, per quello che mi riguarda, mi induce alla formulazione di almeno un paio di domande  che stimolano almeno altrettante  considerazioni che vorrei condividere con chi mi legge. 
La prima: mi chiedo, cosa c’e nella mente di chi guida una nazione che, anziché promuovere cooperazione e sviluppo con gli stati partner dell’Unione Europea ottimizzando le risorse comuni come la ricerca e le capacità manifatturiere di ciascuno, cannibalizza il vicino, il proprio socio in affari (col quali condivide la stessa moneta e lo scopo sociale) portandolo sull’orlo della crisi economica invece di sommare le ricchezze di ciascuno? Ma l’Euro non sarebbe più forte se ogni Stato che lo adotta avesse la capacità di  mantenerlo in salute nutrendolo coi frutti della propria attività produttiva? Che visione economica globale e lungimirante possiede un  capo di uno stato membro di una comunità economica che, anziché lavorare in squadra coi propri partner, promuovendo sinergie,  sembra ossessionato dalla smania di ottenere solo posizioni di preminenza sugli altri?
Il secondo quesito: in questi giorni in Italia si parla solo di riforma del mercato del lavoro, ma di quale lavoro stiamo parlano?!  Flessibilità, incertezza del posto fisso, riqualificazione, apprendistato, ecc. Tutte regole di un gioco che non si sa quale sarà. Un’Italia ormai seduta, che non ricerca, che non innova, che non ha più suoi prodotti sui mercati europei e mondiali, tranne poche apprezzabili eccezioni, che lavoro farà? Qual è il nuovo Progetto Italia? Perché preoccuparsi prima di modificare le disposizioni che regolano il rapporto di lavoro in modo drastico se non sappiamo di che lavoro si tratta?
Un’industria manifatturiera che produce e vende, solitamente assume e non licenzia facilmente, perché non ci tiene a perdere un collaboratore esperto da cui derivano i risultati qualitativi che la qualificano. Invece, un’Italia fatta di rappresentanti di commercio che vendono solo prodotti di altri paesi ha bisogno di flessibilità. Un popolo di anonimi impiegati di call centers , di venditori di telefonini,  di dispensatori di abbonamenti televisivi, di assicuratori, venditori immobiliari e di tutti quei mestieri dove si propone solo se stessi  ha certamente bisogno di grande flessibilità e mobilità.
Ma se questa seconda ipotesi è l’Italia che taluni hanno in mente parlino pure, tanto discutono di un paese che ha concluso il suo ciclo di vita in modo inglorioso. E in questo caso, detto tra noi, non è utile chiedere troppi sacrifici ai cittadini perché ce lo chiedono Francia e Germania. Questi ultimi, legittimamente, cercano di proteggere i loro mercati e i loro consumatori, assicurandosi che gli italiani abbiano di che pagare giornalmente   i loro conti. Monti l’ha capito e nel chiederci di raddrizzare la schiena ci invita a riflettere che occorre agire nella direzione che ci appare più giusta, anche se talvolta sembra coincidere con le richieste europee che non debbono risultare niente di diverso da puri e semplici suggerimenti da valutare con attenzione e spirito critico.
In un tale contesto il  mio rispetto e la mia considerazione vanno a quei pochi che ancora fabbricano qualcosa con le proprie mani esperte, (ormai più che il Ministero delle Attività Produttive, di loro si dovrebbe occupare il Ministero dei Beni Culturali). Grazie ai quanti impegnati nelle attività di ricerca, sottopagati e non compresi. Grazie ancora a quanti ostinatamente chinano la schiena sulla terra per ricavarne sostentamento e forse perché hanno capito che solo davanti ad essa vale la pena piegarla.