I
francesi? Ho i miei dubbi. Da sempre abituati ad approfittare della guardia
bassa di ogni loro contendente, hanno solitamente interpretato l’oggetto
vettura in modo assolutamente utilitaristico – tranne rarissime eccezioni che
non fanno storia – nel rispetto del loro spirito nazionale. Ossia l’auto come
strumento che serve a portare a casa i prodotti della campagna, possibilmente
con famiglia a bordo. E non credo che questo li ponga in posizione privilegiata
rispetto ad altri contendenti. Infine, con la pretesa di voler sempre fare da
soli, quasi temessero di “ contaminare” le proprie prerogative, si sono sempre
posti in posizione conflittuale con la produzione italiana – invece di cercare
sinergie – rinunciando alle eventuali possibilità di una sana e comune espansione,
chiudendo il loro mercato e immiserendo l’immagine del nostro prodotto
nazionale.
A mio
avviso, ripeto, non sarà mai tra i cinque attori della scena che rappresenterà
il futuro dell’auto. Dovrà invece lasciare il passo a indiani, cinesi e
giapponesi.
E
l’Italia? Il
nostro Paese merita un discorso a parte. Diciamoci la verità; gli italiani –
non tutti per fortuna – non hanno mai amato la Fiat riuscendo, con successo, a
non nascondere questo loro sentimento. Com’è
sempre stato detto, con una felice battuta, hanno sempre trattato l’auto
nazionale come la moglie e quella straniera come l’amante, con le conseguenze
che ne derivavano e soprattutto con buona pace e gioia dei produttori esteri
che contribuivano ad alimentare questo clima. Hanno
sempre rimproverato alla casa torinese aiuti ed incentivi – che peraltro sono
stati elargiti a tutte le marche - nonché l’eccessivo ricorso alla cassa
integrazione, dimenticando che la Fiat rappresentava un consistente pezzo di
storia dell’industria nazionale.
Per
mille ragioni, che potrebbero essere descritte in un altro affascinante
capitolo, il sogno americano è sempre stato una costante assoluta nel pensiero
degli Agnelli. Già prima di morire “l’Avvocato” aveva cominciato a muovere i
primi decisi passi verso quel mercato che per lui costituiva quasi una sua
seconda patria, ma l’America per
lui rappresentava più una sorta di scelta “culturale” prima ancora che
economica e per questo non fu mai efficacemente perseguita.
La
Fiat di Marchionne invece sembra muoversi in una direzione diametralmente
opposta. Marchionne ha deciso di andare in America non per una scelta che
potremmo definire “culturale” alla maniera di Agnelli ma per fare quadrare i
conti della casa torinese salvandola dal fallimento oltre che per aprirsi ai
mercati internazionali anche se nell’operare le scelte che ne sono derivate,
spesso si è mostrato molto più “americano” che “italiano” sposando posizioni
talvolta impopolari o eccessivamente rigide che in talune circostanze lo hanno
qualificato come una sorta di “corpo estraneo” agli interessi nazionali. In
altre parole la Fiat si è mossa verso gli Stati Uniti sottraendosi così alla
ormai certa ed invereconda cancellazione del suo marchio dal panorama dei
produttori di auto nel mercato mondiale e assicurando al tempo stesso agli
americani il partner forse tecnologicamente consolidato fra i produttori
europei.
Dov’è
la stonatura in tutto questo legittimo e condivisibile progetto? Quando
si è rivolto all’America Marchionne ha dimostrato di avere i contatti utili ed
i requisiti idonei ad interfacciare i soci americani coi quali ha felicemente
concluso le trattative con reciproco vantaggio ma è nel rapporto con l’Italia
che ha rivelato un’intransigenza che nella migliore delle ipotesi definirei
infelice. Come
“americano” non si è nemmeno posto il problema di far comprendere e, forse,
far condividere ai propri connazionali un progetto del quale questi ultimi
avrebbero magari voluto sentirsi sostenitori e corresponsabili.
Forse
la proprietà non gli ha dato margini di negoziazione significativi,
preoccupandosi soltanto di non perdere di vista la redditività e i bilanci, ma
all’interno di essi Marchionne forse avrebbe potuto trovare gli stimoli per
arricchire, ad esempio, progetti di riconversione, di riqualificazione e di
riposizionamento del patrimonio produttivo nazionale Fiat. Il
più delle volte, invece, ha preferito la soluzione conflittuale, la scelta di
mostrare i muscoli più che di “parlare” al sentimento nazionale, rischiando di
non tenere in alcun conto un quadro politico in definitiva trasformazione. Il
rischio è che gli italiani non considerino più la Fiat la propria moglie e
quanto all’amante se la vadano a scegliere altrove.