I
giorni e i mesi passano e l’Italia sembra sempre più avvitata in una spirale
che la stritola e la soffoca senza tregua con conseguenze talvolta tragiche. E
intanto la corruzione continua a dilagare non solo nella classe politica ma tra
tutti quegli individui che indipendentemente dal ruolo che ricoprono e dalla
cultura che ritengono di possedere, hanno in comune la pretesa di sentirsi autorizzati
a derubare lo Stato, a cannibalizzarlo, annientarlo per trasformarlo nel servo
compiacente di interessi privati, e quindi dei propri.
Questa
gente, indipendentemente dai titoli di studio dei quali, in qualche modo, è
venuta in possesso, non è antropologicamente evoluta. Vive nella totale
impossibilità di comprendere il concetto di Nazione, di bene comune, di Res
Pubblica sia dal punto di vista filosofico che
politico o sociale. Ed è perfettamente inutile cercare di spiegarglielo.
Si
parla ancora dell’articolo diciotto, di cassa integrazione, di flessibilità del
lavoro, di nuove imposte e tasse ma al cittadino non viene offerto nulla in
cambio dei sacrifici che gli vengono imposti. Si dice che essi sono necessari
ma a quanto pare non lo sono per i componenti della casta ai quali vengono
invece negati. Si stigmatizza il
crescere dell’antipolitica ma si finge di non sapere che essa è la diretta
conseguenza della cattiva politica esercitata dai diversi governi che si sono
succeduti in questi anni e che, da ultimo, hanno dovuto dichiarare forfait,
chiamando a cercare di risolvere i problemi del nostro Paese, gente che avesse
fama di saperci fare. In tal modo dichiarando implicitamente la propria
incapacità.
Si
parla ancora di riduzione (non di
abolizione) del finanziamento ai partiti politici, però col controllo dei bilanci
(da parte di chi?), di vendita ai
privati dei beni dello Stato e di tant’altro ancora ma se ne parla e basta.
Tutto
ciò dovrebbe servire ad uscire dalla crisi economica? Ma smettiamola!
Provate a spiegarlo a quei disgraziati che
si tolgono la vita perché strangolati dalla crisi, appunto.
Qualcuno
dirà: “Serve a restare in Europa”. In quale Europa? E con quale ruolo?
L’Europa
di oggi non è più quella che tutti abbiamo sognato potesse essere.
Una
Comunità Economica fondata sulla cooperazione, con una comune moneta forte e una strategia politica condivisa
corrispondente alla convergenza su obiettivi di crescita sociale e di sviluppo
culturale.
L’Europa
di oggi è una società multinazionale con due padroni ed altri ventitré soggetti che in gran parte faticano a non
sentirsi asserviti a chi vorrebbe gestirli. Non vogliamo uscire
dall’Europa. Vogliamo restarci purché si rivedano le regole del gioco.
Vogliamo
ridare speranza agli italiani sull’uscita dalla crisi? Parliamo di programmi
per ridare fiato alle imprese manifatturiere, sosteniamo e promuoviamo la
ricerca e l’innovazione e diciamo
soprattutto all’Italia perché il governo preferisce essere accusato di
incapacità che confessare che solo chi lo manovra minacciando di togliergli il
sostegno parlamentare gli impedisce di andare incontro alle aspettative della
gente . . Incentiviamo le esportazioni del prodotto nazionale e rinunciamo
a tante inutili importazioni consumando i prodotti nostrani (come fanno tutti i nostri partner europei).
Basterebbero queste poche misure per vedere risalire la nostra Bilancia dei
Pagamenti e vedere il famoso “Spread” ridursi automaticamente.
Lo
Stato torni a ricoprire il ruolo di volano di nuove iniziative sociali e
produttive
Invece
di rinunciare al proprio ruolo ed alla propria sovranità per offrirla al
privato.
Torni
a vendere il prodotto Italia come il più qualificato dei promoter. Butti via le
mele marce che infettano i suoi ranghi e le sostituisca con i migliori elementi
reperibili sul mercato del lavoro. Deve essere un onore lavorare per lo Stato e, per dirla con l’ex cancelliere Schroeder,
si ricordi alla classe politica che prima viene il Paese e poi il partito. E
non, come accade oggi, il contrario.