mercoledì 7 novembre 2012

.... e chi rottamerà i rottamatori?


Ho avuto l’opportunità di ascoltare i discorsi di molti giovani, nelle università, negli uffici, in tanti ambienti di lavoro, dappertutto quasi tutti esprimevano concetti condivisibili su come riorganizzare lo Stato adeguandolo alle esigenze di una società nuova e dinamica come quella in cui viviamo oggi.
C’erano idee nuove sulla scuola, sull’ambiente, sul lavoro e persino sulla famiglia. Per farla breve mi sono accorto, senza stupirmi, che il cosiddetto “buon senso” non è poi un requisito così raro come spesso si vuol far credere.
L’Italia delle persone “comuni” (quelle che la TV definisce come quelli che “non esistono”) è piena di gente intelligente e spesso provvista di maggiori risorse di quelle che ci vengono quotidianamente dispensate come persone “note”.
Da parecchie sere assisto alla gara che i Talk Show di tutte le televisioni hanno ingaggiato tra di loro per accaparrarsi la presenza del fenomeno Matteo Renzi.
Dopo un po’ mi sono accorto di avere ascoltato le esternazioni di un bravo giovane che ha attrezzato un camper per andare in giro nel nostro Paese a raccogliere i mali di pancia sempre più diffusi per annotarli nei propri appunti e farne un proprio programma politico.
C’è di tutto, dalla riduzione dei privilegi ai politici alla creazione di nuovi asili nido passando attraverso il proposito di creare una legge per impedire ai malfattori di governare il Paese (come se il codice civile e penale non esistessero). Sebbene il candidato Renzi, anagraficamente giovane ma politicamente navigato, abbia reclutato nel proprio staff di collaboratori, consiglieri di rango provenienti da quello che fu il Pretorio di Berlusconi, manca il benché minimo accenno a quello che potrebbe essere il possibile ruolo produttivo dell’Italia sulla futura scena europea.
A dire il vero non solo Renzi ma nessuno ha un programma di questo tipo.
A questo punto mi chiedo qual è la speranza del nostro Paese?
Perché gli italiani, sempre più stanchi della politica, così come viene vissuta oggi, ed ancor più degli squallidi rappresentanti di cui si serve, vengono costretti a scegliere la nuova classe dirigente solo nell’ambito delle discutibili proposte di quei partiti che hanno prodotto questo disastro ?
E’ possibile che un’Italia di oltre sessanta milioni di persone al momento della scelta si presenti davanti all’elettore con una selezione di cinque o sei nominativi come Bersani, Renzi, Vendola oppure Alfano o Di Pietro?  E per di più in alternativa a Mario Monti?
Ebbene, lasciatemi dire che se questa è la qualità del prodotto Italia, allora non è la politica da ricreare ma gli italiani ai quali, purtroppo, la televisione si presta ad ammannire e diffondere populismi, demagogia e assurde mistificazioni.
Tutti ormai parlano col tono di chi rivela delle verità assolute.
I segretari dei partiti (gli stessi che hanno prodotto o patrocinato tanti disastri) esprimono concetti come: “Ormai quello di Grillo è da considerare un vero e proprio partito” come se fosse necessario ricorrere a tale definizione per indurci a prendere sul serio un comico che un tempo faceva ridere e ora non più. Non considerando che se quello di Grillo fosse un vero e proprio partito, quello degli astenuti, che rappresentano la gran massa dei delusi dalla cattiva politica, dovrebbe essere considerato un partito ancora più grande ed in costante crescita.
Pensate che le società che effettuano sondaggi e che da qualche anno a questa parte stanno sempre più prosperando, cominciano ad avere dei seri problemi nella formulazione delle domande da sottoporre ai campioni intervistati. Perché, se la materia è il futuro della politica, la domanda corrispondente non può che disorientare l’interlocutore visto che sarebbe come chiedere a qualcuno di descrivere cosa c’è dopo la morte.
Quello di Grillo non è un partito (nessun partito nella storia della politica è cresciuto così tanto in un tempo così breve). Quella di Grillo è una rivoluzione incruenta combattuta in rete e in alcune piazze con la ferocia di chi urla ma senza armi (e non si può rimproverare chi fa una rivoluzione se manca di garbo e di buone maniere). Tanto è vero che gli attivisti del Movimento Cinque Stelle quando si accorgono di avere raggiunto dei risultati, a loro insaputa, guadagnando consensi e posizioni amministrative, stentano ad organizzarsi. Forse neanche loro sono consapevoli degli esiti della  battaglia che combattono. Speriamo che lo siano coloro che li sostengono.

giovedì 14 giugno 2012

Ritorno al marco tedesco


Un sondaggio d’opinione raccolto recentemente in Germania ci dice che il 51% dei tedeschi è favorevole al ritorno all’uso del Marco. Si tratta di una percentuale non clamorosa ma sufficiente ad indurci a formulare alcune considerazioni.  Verrebbe, infatti, da chiedersi come mai il Paese oggi guidato dalla Merkel, che ha guadagnato più di tutti dall’unione monetaria, che si è arricchito talvolta a spese dei suoi stessi partner detentori della stessa moneta, oggi accarezzi la possibilità di uscire dall’euro mostrando un’evidente ingratitudine nei confronti di una politica europea dalla quale la Germania ha tratto in passato notevoli vantaggi. Non va dimenticato, infatti, che al momento del suo ingresso nel consesso europeo la Germania negoziò ed ottenne il privilegio di alcune deroghe.
Cito solo un episodio. Nel 2002, quando lavoravo in Polonia, raccoglievo le lamentele dei locali allevatori costretti a vendere  il loro latte alla Germania a prezzi irrisori. Quest’ultima, ritirava la materia prima e dopo avergli fatto transitare la dogana tedesca lo rivendeva subito nel mercato dei propri partner penalizzati dal rispetto delle quote comunitarie). 
Come interpretare quindi il risultato di quel sondaggio?
Innanzitutto come un diverso modo di sentirsi europei. Mentre, infatti, in un paese come l’Italia l’ingresso nell’euro è stato vissuto come un sacrificio necessario finalizzato alla costruzione di una serie di grandi imprese europee pronte a fronteggiare la sfida della concorrenza intercontinentale e dove le differenze culturali venivano percepite come una tangibile ricchezza, la Germania, al contrario, ha vissuto l’ingresso nella moneta comune come un apparentamento imbarazzante del quale il risultato del sondaggio sopracitato vuole essere una sorta di espressione popolare. Nell’interpretarlo, quindi, credo che si debba partire innanzitutto dall’idea che non si tratta di una scelta economica ma prettamente politica, anche perché rivela in che modo possa essere accolta, da gran parte di quel popolo tedesco la cui miopia evoca quella dei “ padani” di casa nostra, l’intransigenza della cancelliera di ferro nell’imporre a paesi sovrani i propri diktat economici.  Una miopia che si sostanzia nel volere il ritorno al marco per riaffermare l’orgoglio del popolo tedesco, la sua diversità rispetto ai partner europei e al tempo stesso il desiderio di non confondersi con essi.
E’ giusto che la Germania pretenda dai suoi partner europei comportamenti più virtuosi ma è assolutamente inquietante che utilizzi le loro inadempienze per rilanciare una sorta di tronfio nazionalismo che in passato non gli ha certamente portato fortuna. Come ben sanno quelli che si sono trovati a doverlo contenere.
Da quel sondaggio che sembra raccogliere fermenti che si vanno, purtroppo, ormai estendendo, viene fuori l’immagine di una Germania che in Europa pensa di poter fare da sola, come, del resto, pensano tutti coloro che non vogliono tener conto degli insegnamenti della storia.
Mi auguro quindi che la Merkel non giudichi i risultati di tale sondaggio come segnali di consenso alla sua politica ma piuttosto come il sintomo di una sua possibile e futura degenerazione.

giovedì 10 maggio 2012

Riforma Elettorale


Ogni santo giorno sui giornali veniamo a conoscenza di ogni dettaglio sulle liti tra partiti e correnti degli stessi in materia di riforma elettorale. Sì o no alla riforma, sì o no al doppio turno, sì o no all’indicazione delle candidature e così via discorrendo.
Pur considerando il modesto livello evolutivo di gran parte dei parlamentari delle nostre due Camere, spesso provenienti da piccole realtà provinciali capaci solo di esprimere interessi di campanile, mi chiedo se questi signori si stiano rendendo conto che una riforma del sistema elettorale sta già avvenendo a loro insaputa.
Chi la sta facendo è la “Rete” (si parla di Internet) e gli sconvolgenti risultati ottenuti in questi giorni dalle ultime consultazioni amministrative, a mio avviso, non sono che una timidissima dimostrazione di un andamento in ascesa apicale.
Se continueranno ad ignorarli affidandosi ai sondaggi e a quei pochi che ci credono, la prossima volta correranno il serio rischio di venire cacciati dal Parlamento senza essere nemmeno riusciti a spiegarsene le ragioni.
Quand’ero ragazzo, se ti pungeva vaghezza d’interessarti di politica, dire la tua e farti sentire da un pubblico al quale esprimere le tue ide, prima ancora delle tue aspirazioni, andavi in “sezione”, qualunque essa fosse. . E le sezioni le gestivano i partiti.  Oggi i cittadini parlano tra loro grazie alla Rete e i partiti, bene che vada, l’unica cosa che riescono a gestire al meglio (ovviamente nel loro esclusivo interesse) sono i bilanci dei finanziamenti pubblici. Come abbiamo visto.
A molti dei parlamentari alcuni giovani consiglieri hanno spiegato che per continuare a tenere viva la loro popolarità non è più necessario andare tra la gente per capirne le attese. Si può restare col sedere incollato alla propria poltrona e frequentare assiduamente i talk Show televisivi che fanno a gara per averli, come una compagnia di giro che non riesce mai a rinnovare il proprio repertorio. 
Una volta in studio, non riuscendo il più delle volte a rendere spiegazioni pertinenti alle domande che vengono loro poste, non si rendono conto che al pubblico non resta altro che cogliere le loro facce smarrite in cerca della telecamera per guadagnare qualche secondo d’esposizione. Non si rendono conto di essere ormai solo maschere greche che non mutano espressione qualunque sia il testo che descrive questa tragedia italiana che ritengono d’interpretare ma che non vivono sulla loro pelle. Non si rendono conto che quella che si ostinano a chiamare antipolitica è la logica presa di distanza da quella cattiva politica che si ostinano a rappresentare.

giovedì 26 aprile 2012

Siamo passati da "Forza Italia" a "Coraggio Italia!"


I giorni e i mesi passano e l’Italia sembra sempre più avvitata in una spirale che la stritola e la soffoca senza tregua con conseguenze talvolta tragiche. E intanto la corruzione continua a dilagare non solo nella classe politica ma tra tutti quegli individui che indipendentemente dal ruolo che ricoprono e dalla cultura che ritengono di possedere, hanno in comune la pretesa di sentirsi autorizzati a derubare lo Stato, a cannibalizzarlo, annientarlo per trasformarlo nel servo compiacente di interessi privati, e quindi dei propri.
Questa gente, indipendentemente dai titoli di studio dei quali, in qualche modo, è venuta in possesso, non è antropologicamente evoluta. Vive nella totale impossibilità di comprendere il concetto di Nazione, di bene comune, di Res Pubblica sia dal punto di vista filosofico che politico o sociale. Ed è perfettamente inutile cercare di spiegarglielo.
Si parla ancora dell’articolo diciotto, di cassa integrazione, di flessibilità del lavoro, di nuove imposte e tasse ma al cittadino non viene offerto nulla in cambio dei sacrifici che gli vengono imposti. Si dice che essi sono necessari ma a quanto pare non lo sono per i componenti della casta ai quali vengono invece negati.  Si stigmatizza il crescere dell’antipolitica ma si finge di non sapere che essa è la diretta conseguenza della cattiva politica esercitata dai diversi governi che si sono succeduti in questi anni e che, da ultimo, hanno dovuto dichiarare forfait, chiamando a cercare di risolvere i problemi del nostro Paese, gente che avesse fama di saperci fare. In tal modo dichiarando implicitamente la propria incapacità.
Si parla ancora di riduzione (non di abolizione) del finanziamento ai partiti politici, però col controllo dei bilanci (da parte di chi?), di vendita ai privati dei beni dello Stato e di tant’altro ancora ma se ne parla e basta.
Tutto ciò dovrebbe servire ad uscire dalla crisi economica?  Ma smettiamola!
Provate a spiegarlo a quei disgraziati che si tolgono la vita perché strangolati dalla crisi, appunto.
Qualcuno dirà: “Serve a restare in Europa”. In quale Europa? E con quale ruolo?
L’Europa di oggi non è più quella che tutti abbiamo sognato potesse essere.
Una Comunità Economica fondata sulla cooperazione, con una comune moneta forte e una strategia politica condivisa corrispondente alla convergenza su obiettivi di crescita sociale e di sviluppo culturale.  
L’Europa di oggi è una società multinazionale con due padroni ed altri ventitré soggetti che in gran parte faticano a non sentirsi asserviti a chi vorrebbe gestirli. Non vogliamo uscire dall’Europa. Vogliamo restarci purché si rivedano le regole del gioco.
Vogliamo ridare speranza agli italiani sull’uscita dalla crisi? Parliamo di programmi per ridare fiato alle imprese manifatturiere, sosteniamo e promuoviamo la ricerca e l’innovazione e diciamo soprattutto all’Italia perché il governo preferisce essere accusato di incapacità che confessare che solo chi lo manovra minacciando di togliergli il sostegno parlamentare gli impedisce di andare incontro alle aspettative della gente . . Incentiviamo le esportazioni del prodotto nazionale e rinunciamo a tante inutili importazioni consumando i prodotti nostrani (come fanno tutti i nostri partner europei). Basterebbero queste poche misure per vedere risalire la nostra Bilancia dei Pagamenti e vedere il famoso “Spread” ridursi automaticamente.
Lo Stato torni a ricoprire il ruolo di volano di nuove iniziative sociali e produttive
Invece di rinunciare al proprio ruolo ed alla propria sovranità per offrirla al privato.
Torni a vendere il prodotto Italia come il più qualificato dei promoter. Butti via le mele marce che infettano i suoi ranghi e le sostituisca con i migliori elementi reperibili sul mercato del lavoro. Deve essere un onore lavorare per lo Stato e, per dirla con l’ex cancelliere Schroeder, si ricordi alla classe politica che prima viene il Paese e poi il partito. E non, come accade oggi, il contrario.

martedì 28 febbraio 2012

Il caso FIAT

Nel quadro generale dell’occupazione del mercato europeo, i tedeschi riservano alle auto uno degli obiettivi principali ed assoluti. Essendo istintivamente e culturalmente “orientati al prodotto” tendono sempre a costruire una vettura che sopravviva al suo consumatore, convinti che questo sia l’unico “plus” al quale valga la pena ispirarsi. Di certo sanno che in un prossimo futuro, quando a spartirsi il mercato mondiale ci saranno al massimo cinque costruttori, la voce Europa sarà rappresentata dalla Germania (ovviamente con stabilimenti disseminati dappertutto). Ma chi saranno gli altri quattro “competitors”?
I francesi? Ho i miei dubbi. Da sempre abituati ad approfittare della guardia bassa di ogni loro contendente, hanno solitamente interpretato l’oggetto vettura in modo assolutamente utilitaristico – tranne rarissime eccezioni che non fanno storia – nel rispetto del loro spirito nazionale. Ossia l’auto come strumento che serve a portare a casa i prodotti della campagna, possibilmente con famiglia a bordo. E non credo che questo li ponga in posizione privilegiata rispetto ad altri contendenti. Infine, con la pretesa di voler sempre fare da soli, quasi temessero di “ contaminare” le proprie prerogative, si sono sempre posti in posizione conflittuale con la produzione italiana – invece di cercare sinergie – rinunciando alle eventuali possibilità di una sana e comune espansione, chiudendo il loro mercato e immiserendo l’immagine del nostro prodotto nazionale.
A mio avviso, ripeto, non sarà mai tra i cinque attori della scena che rappresenterà il futuro dell’auto. Dovrà invece lasciare il passo a indiani, cinesi e giapponesi.
E l’Italia? Il nostro Paese merita un discorso a parte. Diciamoci la verità; gli italiani – non tutti per fortuna – non hanno mai amato la Fiat riuscendo, con successo, a non nascondere questo loro sentimento. Com’è sempre stato detto, con una felice battuta, hanno sempre trattato l’auto nazionale come la moglie e quella straniera come l’amante, con le conseguenze che ne derivavano e soprattutto con buona pace e gioia dei produttori esteri che contribuivano ad alimentare questo clima. Hanno sempre rimproverato alla casa torinese aiuti ed incentivi – che peraltro sono stati elargiti a tutte le marche - nonché l’eccessivo ricorso alla cassa integrazione, dimenticando che la Fiat rappresentava un consistente pezzo di storia dell’industria nazionale. 
Per mille ragioni, che potrebbero essere descritte in un altro affascinante capitolo, il sogno americano è sempre stato una costante assoluta nel pensiero degli Agnelli. Già prima di morire “l’Avvocato” aveva cominciato a muovere i primi decisi passi verso quel mercato che per lui costituiva quasi una sua seconda patria, ma l’America per lui rappresentava più una sorta di scelta “culturale” prima ancora che economica e per questo non fu mai efficacemente perseguita.
La Fiat di Marchionne invece sembra muoversi in una direzione diametralmente opposta. Marchionne ha deciso di andare in America non per una scelta che potremmo definire “culturale” alla maniera di Agnelli ma per fare quadrare i conti della casa torinese salvandola dal fallimento oltre che per aprirsi ai mercati internazionali anche se nell’operare le scelte che ne sono derivate, spesso si è mostrato molto più “americano” che “italiano” sposando posizioni talvolta impopolari o eccessivamente rigide che in talune circostanze lo hanno qualificato come una sorta di “corpo estraneo” agli interessi nazionali. In altre parole la Fiat si è mossa verso gli Stati Uniti sottraendosi così alla ormai certa ed invereconda cancellazione del suo marchio dal panorama dei produttori di auto nel mercato mondiale e assicurando al tempo stesso agli americani il partner forse tecnologicamente consolidato fra i produttori europei.
Dov’è la stonatura in tutto questo legittimo e condivisibile progetto? Quando si è rivolto all’America Marchionne ha dimostrato di avere i contatti utili ed i requisiti idonei ad interfacciare i soci americani coi quali ha felicemente concluso le trattative con reciproco vantaggio ma è nel rapporto con l’Italia che ha rivelato un’intransigenza che nella migliore delle ipotesi definirei infelice. Come “americano” non si è nemmeno posto il problema di far comprendere e, forse, far condividere ai propri connazionali un progetto del quale questi ultimi avrebbero magari voluto sentirsi sostenitori e corresponsabili.
Forse la proprietà non gli ha dato margini di negoziazione significativi, preoccupandosi soltanto di non perdere di vista la redditività e i bilanci, ma all’interno di essi Marchionne forse avrebbe potuto trovare gli stimoli per arricchire, ad esempio, progetti di riconversione, di riqualificazione e di riposizionamento del patrimonio produttivo nazionale Fiat. Il più delle volte, invece, ha preferito la soluzione conflittuale, la scelta di mostrare i muscoli più che di “parlare” al sentimento nazionale, rischiando di non tenere in alcun conto un quadro politico in definitiva trasformazione. Il rischio è che gli italiani non considerino più la Fiat la propria moglie e quanto all’amante se la vadano a scegliere altrove.

domenica 12 febbraio 2012

Chi è causa del suo mal...

Si  parla ormai  da molto tempo di crisi, in Italia, come in Europa e in tanta altra parte del mondo, ma la domanda che dovremmo porci, forse anche per riconoscere la deriva lungo la quale stiamo pericolosamente scivolando, ma soprattutto per riuscire a capire come ci siamo arrivati, dovrebbe essere:  quali sono gli indicatori  o più modestamente i segnali, gli indizi, attraverso i quali avremmo dovuto acquistare la consapevolezza del nostro declino? 
Prima di arrivarci vorrei sottoporre a chi mi  legge alcune considerazioni. Com’è possibile che i prodotti italiani siano completamente spariti dai mercati europei? A dire il vero molti ci sono ma non sono più italiani. I francesi ci hanno praticamente colonizzato. In questa colonia, però, non si parla francese non perché i conquistatori abbiano mancato l’obiettivo di diffondere il loro idioma ma solo grazie alla spiccata avversione dei nostri connazionali per le lingue straniere.
I francesi ci vendono energia elettrica senza la quale saremmo al buio, sono nei nostri trasporti aerei e ferroviari, hanno comprato la maggior parte delle più redditizie piccole e medie imprese (un tempo fiore all’occhiello dell’Italia che produceva), le industrie alimentari e le lattiero casearie. Negli anni ’70 fecero in modo che la Comunità Europea incentivasse, con l’erogazione di danaro facile, la dismissione dei terreni agricoli. E gli italiani ne approfittarono a tutto spiano soffocando una tra le più naturali risorse del nostro paese per i soliti 30 denari.
Successivamente hanno dilagato in tutto il nostro territorio con una quantità di mega mercati che non ha pari in tutto il mondo e sugli scaffali di questi enormi centri di distribuzione, naturalmente, solo prodotti che vengono dalla Francia. Hanno fatto di tutto per portarci via totalmente la Parmalat (impresa che malgrado la vergognosa proprietà, sul mercato, faceva venire il mal di pancia alla Lactalis) ma sono riusciti comunque ad acquisirne il controllo. Naturalmente non manca loro la possibilità di “influenzare” il nostro potere politico e la stampa compiacente, ed ecco che quando la Coop, per esempio, guadagna qualche posizione sul mercato della distribuzione alimentare, buttandola in politica, immancabilmente il giorno successivo è attaccato il governo reo di essersi lasciato andare a facili concessioni ai partiti di sinistra.
L’elenco non finisce qui. Banche, assicurazioni, autovetture, abbigliamento e griffe d’alta moda, profumerie,  gioiellerie, servizi vari eccetera. Ormai è tutto nelle loro mani.
E pensare che fin quasi alla metà degli anni ’70 erano gli italiani  i migliori produttori europei In tutti i comparti, dal tessile abbigliamento all’elettronica, dalle macchine all’acciaio, dalle imprese alimentari all’energia. Cancellata la produzione agricola, dalla metà degli anni ’80 in poi ecco il colpo mortale alla piccola industria manifatturiera italiana messo in atto da banche e  sistema finanziario. Un esempio per tutti: il piccolo imprenditore manifatturiero che ha il suo danaro impegnato tra capitale sociale ed investimenti va in banca a chiedere i mezzi che gli consentiranno di acquistare le materie che venderà dopo averle trasformate. Nulla, i soldi gli saranno negati.
Scoraggiato, per non fallire, vende l’impresa, dopo avere licenziato mano d’opera specializzata di primissima qualità e mai più replicabile. E così, giorno per giorno, si spengono una per una tante piccole luci del firmamento produttivo italiano. Qualche coraggioso che non ci sta proverà ad andare all’estero ma sparirà anche lui.
E’ ancora il caso di chiedersi cosa sia successo, come si  sia arrivati al declino del nostro Paese?
Questa premessa non è un attacco nazionalista alla Francia, è solo una parziale radiografia dello stato delle cose nel quadro delle attività economiche Italiane nei rapporti con l’estero che vorrei ci inducesse, per un attimo, a qualche riflessione, mentre, per quello che mi riguarda, mi induce alla formulazione di almeno un paio di domande  che stimolano almeno altrettante  considerazioni che vorrei condividere con chi mi legge. 
La prima: mi chiedo, cosa c’e nella mente di chi guida una nazione che, anziché promuovere cooperazione e sviluppo con gli stati partner dell’Unione Europea ottimizzando le risorse comuni come la ricerca e le capacità manifatturiere di ciascuno, cannibalizza il vicino, il proprio socio in affari (col quali condivide la stessa moneta e lo scopo sociale) portandolo sull’orlo della crisi economica invece di sommare le ricchezze di ciascuno? Ma l’Euro non sarebbe più forte se ogni Stato che lo adotta avesse la capacità di  mantenerlo in salute nutrendolo coi frutti della propria attività produttiva? Che visione economica globale e lungimirante possiede un  capo di uno stato membro di una comunità economica che, anziché lavorare in squadra coi propri partner, promuovendo sinergie,  sembra ossessionato dalla smania di ottenere solo posizioni di preminenza sugli altri?
Il secondo quesito: in questi giorni in Italia si parla solo di riforma del mercato del lavoro, ma di quale lavoro stiamo parlano?!  Flessibilità, incertezza del posto fisso, riqualificazione, apprendistato, ecc. Tutte regole di un gioco che non si sa quale sarà. Un’Italia ormai seduta, che non ricerca, che non innova, che non ha più suoi prodotti sui mercati europei e mondiali, tranne poche apprezzabili eccezioni, che lavoro farà? Qual è il nuovo Progetto Italia? Perché preoccuparsi prima di modificare le disposizioni che regolano il rapporto di lavoro in modo drastico se non sappiamo di che lavoro si tratta?
Un’industria manifatturiera che produce e vende, solitamente assume e non licenzia facilmente, perché non ci tiene a perdere un collaboratore esperto da cui derivano i risultati qualitativi che la qualificano. Invece, un’Italia fatta di rappresentanti di commercio che vendono solo prodotti di altri paesi ha bisogno di flessibilità. Un popolo di anonimi impiegati di call centers , di venditori di telefonini,  di dispensatori di abbonamenti televisivi, di assicuratori, venditori immobiliari e di tutti quei mestieri dove si propone solo se stessi  ha certamente bisogno di grande flessibilità e mobilità.
Ma se questa seconda ipotesi è l’Italia che taluni hanno in mente parlino pure, tanto discutono di un paese che ha concluso il suo ciclo di vita in modo inglorioso. E in questo caso, detto tra noi, non è utile chiedere troppi sacrifici ai cittadini perché ce lo chiedono Francia e Germania. Questi ultimi, legittimamente, cercano di proteggere i loro mercati e i loro consumatori, assicurandosi che gli italiani abbiano di che pagare giornalmente   i loro conti. Monti l’ha capito e nel chiederci di raddrizzare la schiena ci invita a riflettere che occorre agire nella direzione che ci appare più giusta, anche se talvolta sembra coincidere con le richieste europee che non debbono risultare niente di diverso da puri e semplici suggerimenti da valutare con attenzione e spirito critico.
In un tale contesto il  mio rispetto e la mia considerazione vanno a quei pochi che ancora fabbricano qualcosa con le proprie mani esperte, (ormai più che il Ministero delle Attività Produttive, di loro si dovrebbe occupare il Ministero dei Beni Culturali). Grazie ai quanti impegnati nelle attività di ricerca, sottopagati e non compresi. Grazie ancora a quanti ostinatamente chinano la schiena sulla terra per ricavarne sostentamento e forse perché hanno capito che solo davanti ad essa vale la pena piegarla.